Molto tempo prima che il Giappone diventasse il paese che conosciamo oggi, l'arcipelago era abitato da popolazioni di cacciatori, pescatori e raccoglitori. Erano i Jōmon, una civiltà antichissima che visse per millenni in stretto rapporto con la natura.
Gli Ainu discendono in gran parte proprio da loro. Non arrivano da terre lontane, come si è pensato in passato, ma affondano le loro radici nel Giappone più antico, molto prima dell'arrivo di altre popolazioni.
Per secoli hanno abitato le regioni settentrionali — Hokkaidō, Sakhalin, le isole Curili — mantenendo una cultura distinta, con una lingua e tradizioni proprie. Il loro modo di vivere, basato su caccia, pesca e rispetto per il mondo naturale, è rimasto a lungo diverso da quello del Giappone agricolo che si andava formando più a sud.
Nell'Ottocento, i viaggiatori occidentali rimasero colpiti dal loro aspetto: barbe folte, capelli ondulati, tratti considerati "insoliti" per l'Asia orientale. Da qui nacquero storie suggestive che li volevano parenti lontani degli europei. Un equivoco comprensibile, forse, ma pur sempre un equivoco: erano semplicemente uno dei tanti volti possibili della diversità umana.
Ritratti storici di uomini Ainu. Da sinistra: Etnografiska Museet, Stoccolma, Public Domain | © Världskulturmuseerna / SMVK, CC BY 4.0 | World's Fair, St. Louis, 1904. Wikimedia Commons, Public Domain.
Con il tempo, gli Ainu furono progressivamente spinti verso nord e, a partire dalla fine dell'Ottocento, sottoposti a politiche di assimilazione che ne hanno messo a rischio lingua e tradizioni. Solo in tempi recenti la loro identità è stata ufficialmente riconosciuta. Oggi, lentamente, si assiste a un ritorno: la cultura ainu riemerge, e con essa il desiderio di custodire e raccontare una storia antichissima.
Se le origini degli Ainu affondano in un passato remotissimo, la loro cultura materiale racconta una storia altrettanto affascinante — fatta di ingegno, pazienza e un rapporto profondissimo con l'ambiente.
I loro abiti, ad esempio, nascono dalla corteccia degli alberi. L'attush è un tessuto ricavato dalla fibra interna dell'olmo: la corteccia, raccolta in primavera, viene bollita, battuta, sfilacciata e infine filata. Ne risulta una stoffa resistente, leggermente ruvida, dalle tonalità naturali della terra. Accanto a questa, esiste il retarpe, ottenuto dalle fibre di ortica, più fine e morbido, di un bianco delicato.
Attush (tunica in fibra di olmo), Hokkaidō, XIX sec. Tokyo National Museum | Attush amip (abito maschile Ainu). Picryl / Public Domain.
Su queste superfici prende forma uno degli aspetti più riconoscibili dell'arte ainu: la decorazione. I motivi — spirali, linee curve, zig-zag, intrecci geometrici — non rappresentano figure del mondo visibile, ma costruiscono un linguaggio astratto, rigoroso e sorprendentemente moderno. Hanno persino i loro nomi: morew per le spirali, ay-us per le forme a spina. E il grande pattern sulla schiena dell'abito, detto sermak, aveva una funzione precisa: proteggere chi lo indossava, come una barriera contro le forze invisibili.
Kaparamip (abito Ainu bianco e blu) | Kaparamip (abito Ainu bianco e blu con maniche a strisce) | Abito rosso Ainu. Minneapolis Institute of Art. Public Domain.
Questa attenzione al segno e al corpo si ritrova anche nei tatuaggi femminili, celebri per la loro forma a "baffi" attorno alla bocca, che segnavano passaggi importanti della vita e appartenenza culturale.
A differenza dei loro antenati Jōmon — grandi ceramisti — gli Ainu storici non hanno sviluppato una tradizione ceramica rilevante.
La loro abilità si esprime altrove, soprattutto nei materiali organici: fibre, legno, pelle.
Okitarumbe (stuoie Ainu in fibra vegetale), Biratori, Hokkaidō, 1914. Coll. Thorild Wulff / Etnografiska Museet, Stoccolma, inv. 1915.14.0156 | 1915.14.0152 | 1915.14.0150. © Världskulturmuseerna / SMVK, CC BY 4.0.
Cucchiai Ainu | Cestino Ainu. Etnografiska Museet, Stoccolma. Picryl / Public Domain.
Tra le creazioni più sorprendenti ci sono le chep-keri, calzature in pelle di salmone. Resistenti e flessibili, venivano realizzate attraverso un processo accurato: le pelli venivano pulite, essiccate e poi battute ripetutamente per essere ammorbidite. Per un paio di stivali servivano diverse pelli, sfruttate con intelligenza — veniva usata persino la pinna dorsale, posizionata sotto la suola per migliorare l'aderenza sul ghiaccio. Sebbene la pelle fosse robusta, per proteggersi dal gelo gli Ainu imbottivano l’interno con strati di erba secca (una pianta della famiglia delle Cyperaceae simile al giunco, nota in italiano come carice), che garantiva isolamento termico. Data la natura organica del materiale, queste calzature erano destinate a durare in genere una sola stagione invernale.
Chep-keri (calzature in pelle di salmone), era Heisei, 2015.
Foto: City Museum in Żory / Muzeum Azji i Pacyfiku, Varsavia.
Non erano perfette: potevano bruciare facilmente e, a quanto pare, attiravano anche 😄 l'attenzione dei cani. Ma restano un esempio straordinario di adattamento e creatività.
In fondo, è proprio questo che colpisce di più: la capacità degli Ainu di trasformare ciò che avevano intorno — corteccia, ortiche, pesce — in oggetti complessi, funzionali e allo stesso tempo pieni di significato. Una cultura che, pur antichissima, conserva ancora oggi una sorprendente forza visiva.
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