La pelle di pesce e il futuro della moda sostenibile.
Elisa Palomino è oggi ricercatrice associata presso l'Arctic Studies Center dello Smithsonian National Museum of Natural History, ma la sua strada è iniziata lontano dai musei e dai laboratori. Per decenni è stata protagonista nel settore della moda di lusso: ha lavorato con Christian Dior, John Galliano, Moschino, insegnato in prestigiose sedi internazionali e guidato il cambiamento in vari comitati globali. Ma, soprattutto, Elisa è stata una pioniera.
Una carriera tra lusso e ghiacci
Non è solo una stilista; è una coraggiosa visionaria che ha saputo riscrivere le regole del gioco. Aveva raggiunto vette che per molti rappresentano il sogno di una vita: le stanze dorate di Dior, la creatività frenetica accanto a John Galliano, le luci delle passerelle di Parigi e New York. Ma ha sentito una chiamata diversa. Ha espanso un mondo che molti considerano il traguardo finale, per immergersi in una ricerca tra i ghiacci dell'Artico e nelle mani degli artigiani indigeni. Una strada che molti avrebbero definito "superata" e che invece si è rivelata profetica.
L'incontro con la cultura Ainu
È stato proprio durante le mie ricerche sugli Ainu che mi sono imbattuta nel suo lavoro, e ne sono rimasta folgorata. Sfogliando le immagini del suo studio Indigenous Arctic Fish Skin Heritage, lo stupore ha preso il sopravvento: borse, stivali, sacchi e muffole, tutto realizzato interamente in pelle di pesce — e tutta pelle che sarebbe altrimenti scarto alimentare. Vedere le foto di uomini e donne Ainu impegnati nella pesca del salmone o davanti alle loro case tradizionali, accanto a manufatti di una precisione tecnica incredibile, cambia la prospettiva. Se prima guardare le chep-keri — gli stivali in pelle di salmone — poteva sembrare un incontro con un oggetto "strano", attraverso gli occhi e la ricerca di Elisa diventa un incontro con il futuro.
Mi ha colpita un progetto in cui Elisa, insieme a una sua ex studentessa, ha immaginato una storia alternativa: e se l'era Meiji avesse visto una collaborazione tra giapponesi e Ainu? Cosa sarebbe nato dall'incontro tra la tintura indaco katazome e la tradizione Ainu della pelle di pesce? Hanno dato forma a questo prototipo di un'idea attraverso il 3D, con l'audacia di rendere visibile un incontro culturale negato dalla storia.
Elisa ha creato il FishSkinLab e il progetto europeo FishSkin nell'ambito di Horizon 2020. Ha ricevuto una Fulbright Fellowship e una Kluge Fellowship alla Library of Congress. Ma il suo riconoscimento più grande, credo, è aver dimostrato che la moda può essere un atto di antropologia — e che un materiale di scarto può diventare un manifesto.
Fonte: Fondazione per la Cultura Ainu (Foundation for Ainu Culture), Manuale di riproduzione della cultura vivente Ainu, 2008.
Il disegno illustra i passaggi necessari per assemblare tomaia, tallone e caviglia delle chep-keri cucite in pelle di salmone. Queste istruzioni fanno parte di un manuale curato dalla Fondazione per la Cultura Ainu per documentare e condividere le tecniche tradizionali di questo popolo. Il processo qui descritto si basa sul sapere di Saki Toyama, che ha riprodotto con cura i metodi di cucitura appresi nella propria famiglia.
Oggi insegna alle nuove generazioni che la moda non deve solo "apparire", ma deve avere radici profonde. Il suo lavoro ci ricorda che per essere davvero all'avanguardia, a volte, bisogna saper guardare indietro — verso quei gesti antichi che profumano di mare e di terra.
Ma la storia di Elisa non è né un caso isolato né solo un racconto di una visione individuale. È il tassello di una rivoluzione necessaria. Se lei ci mostra che la pelle di pesce può stare su una passerella, la scienza ci dice che quel "scarto" può salvarci la pelle in medicina o nutrire il nostro futuro.
Tra terra e timone: non solo acqua, sabbia e alghe
L'economia che conosciamo fa fatica a staccarsi dal petrolio. Non solo per interesse, ma perché conosciamo già i processi, i costi e le infrastrutture. Una bioraffineria marina, invece, spaventa perché non obbedisce fino in fondo. Dipende da ritmi vivi e dalle stagioni.
Il paragone con l'agricoltura viene quasi da sé: anche la terra non si comanda, ma la conosciamo e le stiamo dietro da 10.000 anni.
Il mare no. Il mare è ancora lontano e la pesca lo mostra bene. La sua filiera è frammentata: il pescatore conosce il mare ma non la ricerca, il ricercatore studia ma non pesca. Tra questi due mondi c'è un mare di mezzo.
Forse è proprio qui che si gioca tutto. Non nel fare qualcosa di nuovo, ma nel cambiare sguardo. Portare nel mare l'antica mentalità agricola fatta di cura, stagioni, attesa e rispetto. Non di estrarre e scappare; di restare abbastanza a lungo da capire quando è il momento di lasciare.
Estraiamo meno pesce, ma più valore
Se un pesce non è solo filetto, cambia tutto. Il fegato diventa olio, la pelle va in passerella, i carapaci continuano a vivere altrove.
A quel punto anche il lavoro del pescatore cambia: non dipende più solo da quanto prende, ma anche da quanto riesce a non sprecare. E questo, quasi naturalmente, alleggerisce la pressione sul mare.
C'è un'immagine dell'Icelandic Ocean Cluster che torna spesso: un pesce scomposto in possibilità. Non è solo un grafico, è un cambio di prospettiva. In Islanda questa idea è già diventata pratica, nei loro impianti di bioprocessamento, dove anche ciò che prima non voleva nessuno — come i gusci dei gamberi — ha avuto un enorme successo.
Oltre il filetto: un merluzzo non è solo una somma dei suoi filetti. Questa infografica dell'Icelandic Ocean Cluster mostra come l'approccio circolare permetta di utilizzare il 100% del pesce: la pelle diventa cuoio e materiale biomedicale, i sottoprodotti si trasformano in cosmetici e integratori. È il passaggio definitivo dallo spreco alla risorsa, dove l'innovazione tecnologica incontra l'efficienza della natura.
Non solo nel piatto: salmone ai piedi e gamberi in faccia.
E lo scorfano? Ancora nel piatto. Per ora.
Dai gusci dei gamberi si estrae un pigmento potente, l'astaxantina, e dai loro carapaci si ricava il chitosano: una polvere finissima che trova posto nei farmaci, nelle bioplastiche, nei materiali biodegradabili.
La prima, l'astaxantina, è diventata un ingrediente molto ambito. È un antiossidante, molto più potente della vitamina C, che oggi entra nei sieri cosmetici anti-aging di nuova generazione.
Sono entrambe un bellissimo esempio di innovazione e anche una dimostrazione concreta di quanto si possa trovare "oro" nei rifiuti. Un ribaltamento completo dello sguardo su ciò che scartiamo.
E non finisce qui. Una parte importante di questa stessa sostanza torna indietro nei mangimi per pesci, per colorare il salmone d'allevamento di quel bel colore rosa che tanto ci piace.
Nel frattempo il salmone non si arrende, nuota in acque diverse. La sua pelle, oltre a diventare materiale per indumenti, entra nella medicina rigenerativa: innesti cutanei, tessuti che aiutano la guarigione.
E lo scorfano? Per ora resta dove lo conosciamo meglio: nel piatto.
Questo viaggio tra mare, chimica e design finisce qui.
In Italia abbiamo una fortissima tradizione agricola, ma anche un legame viscerale con il mare. Storicamente, molte comunità costiere erano fatte di "contadini di mare" — pensiamo alle Cinque Terre o a Ischia — persone che sapevano leggere le nuvole per le vigne e le correnti per la pesca.
Come agricoltori sappiamo cosa significa combattere i parassiti; come marinai oggi vediamo il granchio blu o il pesce palla maculato sconvolgere le reti e la biodiversità. Il riscaldamento delle acque sta cambiando i "raccolti" del mare. Chi naviga lo sa: un orizzonte davvero pulito non c'è più. Il mare ci sta restituendo ciò che abbiamo buttato.
Ma credo e spero che la consapevolezza del male che affligge il nostro mare sia in crescita — insieme alla complicità nel difenderlo.
Forse il mare non ha bisogno di essere salvato, ma solo visto di nuovo per ciò che è sempre stato: un campo vivo, fragile e generoso, che risponde a ciò che gli chiediamo — e a ciò che gli togliamo.
*Nota sul katazome
Il katazome è una tecnica giapponese di tintura su tessuto con una storia antica. Lo stencil, chiamato katagami, viene ritagliato a mano in washi, una carta di gelso fatta con fibre lunghe e tenaci, sorprendentemente resistenti. Viene poi trattato con succo di cachi fermentato (kakishibu), ricco di tannini, che lo rende più stabile, idrorepellente e durevole nel tempo.
Attraverso questo stencil si stende sul tessuto una pasta di riserva a base di farina di riso: una volta asciutta, protegge le zone che non dovranno assorbire il colore. Il tessuto viene poi tinto — per immersione o a pennello — e, quando la pasta viene lavata via, appare il motivo.
È uno di quei casi in cui un materiale povero — fibra vegetale e succo fermentato — diventa uno strumento di precisione che oggi continua a essere praticato e studiato in tutto il mondo come forma d'arte tessile.
Commenti
Posta un commento
Se vuoi, dimmi cosa ne pensi!